Martini 1781

Tipo
Traduzione
Lingua
Italiano
Canone
73 libri (canone completo)
Salmi
Numerazione della Septuaginta e della Vulgata
Gioele e Malachia
Divisione occidentale (Gioele in 3 capitoli, Malachia in 4)
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Storia

Per più di un secolo la traduzione di Antonio Martini fu una delle principali Bibbie cattoliche in italiano. Fu pubblicata a Torino tra il 1769 e il 1781 e rimase di largo uso nel cattolicesimo italiano fino al Novecento, quando apparvero nuove traduzioni, tra cui quella di Alberto Vaccari, pubblicata tra il 1943 e il 1958, e quella della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), pubblicata nel 1971. Quella di Vaccari fu, secondo la Treccani, la prima traduzione cattolica in italiano fatta dalle lingue originali dopo l’invenzione della stampa.

Martini nacque a Prato, in Toscana, il 20 aprile 1720. Studiò nel collegio Cicognini della sua città e si laureò in lettere a Pisa nel 1748. Nel 1751 il re Carlo Emanuele III lo pose a capo della congregazione di dodici sacerdoti che officiava la basilica di Superga, sopra Torino. Le due enciclopedie che ne raccontano la vita non narrano allo stesso modo l’inizio della traduzione. Secondo la Catholic Encyclopedia, fu il cardinale Vittorio Amedeo delle Lanze a spingerlo a intraprenderla, sapendo che papa Benedetto XIV desiderava una buona Bibbia in toscano moderno; il lavoro si rivelò troppo gravoso accanto agli impegni di Superga, e Martini lasciò l’incarico, accettando dal re un posto di consigliere di Stato e una pensione. La morte di Benedetto XIV nel 1758, secondo lo stesso racconto, lo scoraggiò, ma egli proseguì. Secondo l’Enciclopedia Italiana, Martini rimase a Superga fino al 1765, quando, su invito dello stesso cardinale, si mise alla traduzione. Il Nuovo Testamento fu pubblicato tra il 1769 e il 1771, e l’Antico tra il 1776 e il 1781. L’edizione poneva il latino e l’italiano uno accanto all’altro, con numerose note che attingono largamente ai Padri della Chiesa.

Martini non seguì lo stesso metodo dall’inizio alla fine. Nel Nuovo Testamento prese come base il testo greco allora in circolazione, discostandosene qua e là in favore della Vulgata. Nell’Antico Testamento tradusse dalla Vulgata, ma tornò di tanto in tanto all’ebraico, con l’aiuto di uno studioso ebreo. Le fonti non concordano su chi fosse: la Catholic Encyclopedia nomina un rabbino Terni, l’Enciclopedia Italiana un rabbino fiorentino di nome Levi.

Il 17 marzo 1778, mentre l’Antico Testamento era ancora in corso di pubblicazione, Pio VI scrisse a Martini il breve che le edizioni successive stampano fra le pagine iniziali. In un tempo in cui “una così grande inondazione di libri” attaccava la religione cattolica, scriveva il papa, Martini aveva giudicato assai bene che i fedeli dovessero essere fortemente incoraggiati alla lettura della Scrittura, perché le Scritture sono “le fonti più ricche, che devono essere aperte a ognuno” (fontes uberrimi, qui cuique patere debent). Pio VI approvava anche che Martini avesse accompagnato la traduzione con note tratte dai Padri della Chiesa, destinate a tenere lontano il pericolo di abusi, e dichiarava che l’opera non si discostava né dalle regole della Congregazione dell’Indice né dalla costituzione emanata in materia da Benedetto XIV. Aggiunge di aver avuto l’onore di appartenere un tempo alla famiglia di Benedetto XIV e di averlo come maestro di dottrina ecclesiastica.

Nel 1781 Martini fu elevato all’arcivescovado di Firenze. Una terza edizione autorizzata della sua traduzione uscì dalla stamperia arcivescovile di Firenze tra il 1782 e il 1792. Martini morì a Firenze il 31 dicembre 1809. La più nota delle edizioni successive è l’in-folio in due volumi illustrato da Gustave Doré e pubblicato da Treves a Milano nel 1869 e nel 1870.

Curiosità

Dove la Vulgata ha supersubstantialem nel Padre nostro, e la Douay-Rheims e Straubinger la seguono con “supersubstantial” e “supersubstancial”, Martini scrive “Dacci oggi il nostro pane per sostentamento” (Matteo 6,11). In Luca 11,3, dove il latino ha quotidianum, scrive “quotidiano”, come fanno la Vulgata e la Douay-Rheims.

Quando Mosè scende dal Sinai con le tavole della legge, la Vulgata dice che il suo volto era cornuta, cornuto, e la Douay-Rheims scrive puntualmente “his face was horned”. È per questa lezione latina che il Mosè di Michelangelo è tradizionalmente raffigurato con le corna. L’ebraico usa un verbo derivato dalla parola che significa corno, che si può intendere come emettere raggi o risplendere, e Martini scrive che la faccia di Mosè “era tutta splendente” (Esodo 34,29). In una nota dice di aver seguito qui l’Apostolo, la Septuaginta, il caldeo e il siriaco, e che l’ebraico e la Vulgata vanno intesi allo stesso modo: le loro corna significano la grande maestà che risplendeva nel volto di Mosè.

I salmi seguono la numerazione della Vulgata: il salmo del pastore è il 22, “Il Signore mi governa, e niuna cosa a me mancherà”, come nel latino Dominus regit me (Salmo 23,1). All’interno di un salmo, però, la trascrizione importata da questo sito non conta i versetti come fanno le altre edizioni della Vulgata. Stampa il titolo di un salmo e il suo primo versetto sotto un solo numero, così che dove il latino dà al titolo un versetto proprio, la colonna italiana resta indietro di un versetto. Nel Salmo 42, che la Vulgata numera 41, il cervo che anela alle fonti delle acque apre il versetto 1 in Martini e il versetto 2 nel latino (Salmo 42,1-2). In questi salmi la differenza nasce dal modo in cui sono numerati i titoli, non da una differenza in ciò che Martini tradusse.

Fonti

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