Aprite il quinto capitolo della Prima lettera di Giovanni nella Douay-Rheims e leggerete: “E tre sono quelli che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo. E questi tre sono uno. E tre sono quelli che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l’acqua e il sangue.” Mettete accanto la World English Bible e lo stesso passo dice: “Poiché tre sono quelli che rendono testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue.”
Le parole sul Padre, il Verbo e lo Spirito Santo mancano. Sono note come Comma giovanneo, dal latino comma, una breve frase, e sono il passo controverso più lungo del Nuovo Testamento che riguarda una questione di dottrina.
Che cosa mostrano le colonne
Mettete le edizioni una accanto all’altra su Collatio, e si dividono in tre gruppi.
Alcune stampano le parole come parte del testo, senza alcun segno: la Vulgata Clementina, la Douay-Rheims, la Bibbia del Martini, la tedesca Allioli-Arndt, la Versione Cattolica di Pubblico Dominio e, dal lato greco, il Textus Receptus.
Altre le stampano, ma le mettono in evidenza. Crampon e Straubinger le mettono tra parentesi quadre, e la Bibbia olandese Petrus Canisius tra parentesi tonde. Tutte dicono al lettore la stessa cosa: queste parole sono nella nostra Bibbia, ma abbiamo dei dubbi su di esse.
Altre ancora le omettono: la World English Bible e, cosa forse più sorprendente, quella di Matos Soares, il cui testo portoghese è stato tradotto dalla Vulgata e tuttavia passa direttamente da “tre sono quelli che rendono testimonianza” a “lo Spirito, l’acqua e il sangue”.
Assente dal greco
La lettera fu scritta in greco, ed è lì che cominciano i problemi. Delle centinaia di manoscritti greci della Prima lettera di Giovanni, una decina hanno il Comma, e sono testimoni tardi. Il più antico che ha le parole nel testo stesso, noto come minuscolo 629, fu copiato nel XIV secolo. In parecchi altri le parole furono aggiunte a margine da una mano molto più tarda: uno di essi, il minuscolo 221, è un manoscritto del X secolo, ma la sua nota fu scritta circa cinquecento anni dopo il resto. I grandi codici antichi, il Sinaitico, il Vaticano e l’Alessandrino, non hanno queste parole. Non le ha nemmeno la grande maggioranza dei manoscritti greci più tardi, la tradizione bizantina che i copisti greci portarono avanti per tutto il Medioevo; per questo la World English Bible, il cui Nuovo Testamento segue il Testo maggioritario ricavato da quei manoscritti, le omette.
I Padri greci tacciono allo stesso modo. Nel IV secolo, quando la divinità del Figlio e dello Spirito fu lungamente discussa, un versetto che nominasse il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo e aggiungesse “questi tre sono uno” sarebbe stato la prova scritturistica più ovvia. Nessuno scrittore greco del tempo lo cita.
Nato in latino
Il Comma appartiene all’Occidente latino. Verso il 250, nel suo trattato L’unità della Chiesa, san Cipriano di Cartagine scrisse che “del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo sta scritto: e questi tre sono uno”. Si discute ancora se citasse una Bibbia che aveva la lezione lunga, o se leggesse lo Spirito, l’acqua e il sangue come figure della Trinità.
La prima citazione chiara compare negli anni 380, in un’opera latina nota come Liber Apologeticus, scritta dal vescovo spagnolo Priscilliano o da uno dei suoi seguaci, forse il vescovo Instanzio. Da allora ricorre sempre più spesso, dapprima nell’Africa del Nord e in Spagna. Una spiegazione probabile è che un commento sui testimoni della terra, che li leggeva come figura di quelli del cielo, sia stato copiato a margine di una Bibbia latina e poi, da un copista successivo, nel testo.
La Vulgata di Girolamo all’inizio non lo aveva. I più antichi manoscritti della Vulgata, come il Codex Fuldensis, copiato nel 546, lo omettono. Il Fuldensis contiene però un prologo alle lettere cattoliche, falsamente attribuito a Girolamo, che si lamenta dei traduttori che avevano tolto la testimonianza del Padre, del Verbo e dello Spirito. Il prologo difende il Comma; la Bibbia rilegata con esso non lo contiene. Nel tardo Medioevo, però, la maggior parte delle Bibbie latine lo aveva, e la Vulgata Clementina del 1592 lo stampò come parte del testo.
Erasmo e il greco a stampa
Quando Erasmo pubblicò nel 1516 il primo Nuovo Testamento greco a stampa, seguì i suoi manoscritti greci e omise il Comma. Fece lo stesso nella seconda edizione, nel 1519. Alcuni critici, tra cui il teologo inglese Edward Lee e lo studioso spagnolo Diego López de Zúñiga, lo accusarono di indebolire la dottrina della Trinità.
Rispondendo a Lee, Erasmo scrisse che avrebbe stampato le parole se le avesse trovate in un solo manoscritto greco. Poi ne saltò fuori uno, oggi nella biblioteca del Trinity College di Dublino e noto come Codex Montfortianus. Era stato copiato solo pochi anni prima, e il suo greco in questo punto sembra una traduzione dal latino. Nella terza edizione, nel 1522, Erasmo inserì il Comma, pur dicendo nelle sue note di sospettare che il manoscritto fosse stato corretto per accordarsi con il latino.
Una storia diffusa trasforma quell’osservazione rivolta a Lee in una promessa: avrebbe aggiunto il Comma se qualcuno gli avesse mostrato un solo manoscritto greco che lo conteneva. Lo storico Henk Jan de Jonge, che ha esaminato lo scambio, non ha trovato alcuna promessa del genere. Erasmo aveva detto ai suoi critici che non potevano rimproverargli di omettere parole che i suoi manoscritti non avevano; non si era mai impegnato a stamparle sulla base di uno solo.
Gli editori successivi del greco a stampa, tra cui Robert Estienne, Teodoro di Beza e gli stampatori Elzevir, conservarono le parole, e così il Comma arrivò al Textus Receptus, il testo greco alla base della King James Version e della maggior parte delle traduzioni protestanti per tre secoli.
Roma e il versetto
Man mano che gli studiosi mettevano in discussione il Comma più apertamente, si chiese a Roma se se ne potesse negare con sicurezza l’autenticità o metterla in dubbio. Il 13 gennaio 1897 il Sant’Uffizio rispose di no.
Trent’anni dopo, il 2 giugno 1927, il Sant’Uffizio spiegò che cosa significasse quella risposta. Voleva impedire a singoli studiosi di respingere il versetto di propria autorità, e gli studiosi cattolici erano liberi di studiare la questione e di propendere contro il Comma, purché fossero pronti ad accettare il giudizio della Chiesa in merito.
Questo spiega le parentesi. Le Bibbie di Crampon e di Straubinger, entrambe tradotte dalle lingue originali, conservarono le parole, perché la risposta del 1897 restava valida, e le segnalarono, perché la testimonianza dei manoscritti era difficile da ignorare. Le traduzioni fatte dalla Vulgata, come la Douay-Rheims, quella del Martini e la Allioli-Arndt, le conservarono senza commento, perché la Vulgata le aveva. Oggi la Nova Vulgata, la Bibbia latina riveduta che la Chiesa ha pubblicato nel 1979, corretta sul greco e sull’ebraico, le omette, e così fa la maggior parte delle traduzioni cattoliche moderne.
Leggerlo fianco a fianco
Niente di tutto questo tocca la dottrina in sé. La Trinità fu definita a Nicea e a Costantinopoli senza questo versetto, e la Chiesa continua a insegnarla senza averne bisogno. Quello che il Comma mostra è qualcosa di più piccolo e di più interessante: come una frase scritta a margine di una Bibbia latina sia diventata parte del testo greco, sia entrata nelle Bibbie di mezza Europa e ora, a poco a poco, ne stia uscendo.
Su Collatio potete seguire tutta la storia in una sola riga: il greco del Textus Receptus, il latino della Clementina, la Douay-Rheims che la tradusse, le parentesi quadre di Crampon e la World English Bible che lo omette.
Fonti
- Johannine Comma — Wikipedia, sulla testimonianza dei manoscritti, Cipriano e Priscilliano, il prologo del Codex Fuldensis, le edizioni di Erasmo e il Codex Montfortianus
- The Johannine Comma (1 John 5:7–8): The Status of Its Textual History and Theological Usage in English, Greek, and Latin — Rodrigo Galiza e John W. Reeve, Andrews University Seminary Studies 56 (2018), sull’origine latina del Comma, Cipriano e Priscilliano, e i testimoni greci
- Bruce M. Metzger, A Textual Commentary on the Greek New Testament, 2ª ed. (1994), su 1 Giovanni 5,7-8 e i manoscritti greci che riportano il Comma
- Heinrich Denzinger, Enchiridion Symbolorum, nn. 3681-3682, sulla risposta del Sant’Uffizio del 13 gennaio 1897 e sulla sua dichiarazione del 2 giugno 1927
- Henk J. de Jonge, “Erasmus and the Comma Johanneum”, Ephemerides Theologicae Lovanienses 56 (1980), sulla storia della promessa di Erasmo